La scuola ha smesso di insegnare

è il titolo di un articolo di Luca Ricolfi che leggo su La Stampa di oggi 23 luglio.

[…] la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.

Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.

Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria […]

E’ vero: negli esami (orali) che ho fatto questa settimana ho avuto la stessa impressione. Eppure le cose che chiedevo avevano a che fare con quello che dovrebbe essere il mondo naturale di un ventenne di oggi: Internet. Di chi è la colpa? Anche mia:

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.

4 commenti

  1. Ho letto per intero l’articolo di Ricolfi e mi trovo d’accordo sui passi da lei citati Prof., dissento invece sul seguente:

    “Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa”.

    Non sull’intero paragrado, si intende, ma sulla aprte dove parla della presunta velocità di collegamento ed associazione. E per questo chiedo a lei Prof. quante volte ha tentato di far fare un collegamento ad uno studente in sede di esame orale…e quante volte ha ricevuto in cambio solo un’espressione vacua!

    Ed in questo marasma coloro che all’interno del gruppo si distaccano un po’ dalla media di conversazioni banali vengono spesso ‘guardati storti’…ultimamente sono stata accusata dalle amiche di ‘parlare come lo Zanichelli’…un bel problema! No?! No, appunto.

  2. @lucare: grazie! Lascio Unimore e l’università in generale. A dire il vero l’avevo già lasciata nel 1995 per dedicarmi ad altro. Poi, per i casi della vita, sono tornato dalla porta di servizio (docente a contratto) nel 2001 e quindi come associato dal 2005: non l’ho trovata cambiata ma casomai peggiorata. Dal 2001 sono passati altri anni e di cambiamenti sostanziali non ne ho visti. Vedo l’incapacità di diffondere le best practices e di premiare l’eccellenza (penso agli studenti bravi), la disattenzione verso la didattica, l’incapacità di rendere qualsiasi attività più produttiva, l’importanza di appartenere a famiglie/gruppi, la burocratizzazione crescente e fine a se stessa. E mi fermo qui. Mi consolo solo pensando che se avessi 25 anni e un dottorato sarei disperato >> http://www.dottorato.it/
    Per chiudere: le sarò grato se, sulla base della sua esperienza lavorativa, vorrà inviare dei consigli pratici agli studenti su come muoversi sia in università che sul lavoro.

  3. Salve, sono ricapitato sul suo blog e ho letto della sua decisione di abbandonare la facoltà dopo il 2009-2010.
    Da creativo, laureato ed ex studente di SCO attualmente immerso in quel marasma che è oggi il mondo del lavoro, personalmente devo dire ancora grazie al CV realizzato con Lei e ammetto che il suo blog mi è venuto spesso in aiuto.
    Ho letto questo articolo e purtroppo non posso far altro che condividere, anche per esperienza diretta, ma il fatto che voglia mollare persino uno come Lei mi sconcerta. Da quel che ho letto nel suo post “2009-2010 = ultimo anno”, la sua decisione risulta ben ponderata e condivisibile.
    Ciò non toglie il vero peccato, perchè posso assicurare a tutti che sul mondo del lavoro – e vi giuro che non sono stato pagato per dirlo – l’eredità del suo corso è stata senza dubbio la più utile dell’intera carriera universitaria.
    Grazie ancora e complimenti, quindi. Ma la domanda sorge spontanee: continuerà ad insegnare in qualche altro ateneo o si ritirerà davvero tra i monti come lascia intendere il suo post? E ancora: c’è per noi giovani e per la scuola italiana un barlume di speranza? In sostanza – mi permetto anche io due citazioni – aveva ragione Rocky (“Se noi possiamo cambiare e voi potete cambiare, tutto il mondo può cambiare”) o Dante (“Perdete ogni speranza o voi che entrate”)?
    Per il resto le invio anche il mio “in bocca al lupo”, sperando di poterla seguire in futuro via blog. Come hanno già detto in tanti, non abbandoni almeno quello!

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