Morte dell’università

è il titolo chiaro e secco di un post che, qualche giorno fa, mi sono trovato tra i commenti. Il post spiega le implicazioni delle norme contenute nel decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico) che oggi 5 agosto ha ricevuto l’approvazione definitiva alla Camera (Camera). Per me, docente universitario, ci sono due chiare conseguenze negative:

  • guadagnerò di meno visto che gli scatti di anzianità da biennali diventano triennali: il mio scatto di 122 euro in più al mese lo avrò non a dicembre 2009 ma a dicembre 2010, e via così per i successivi.
  • lavorerò di più visto che per mantenere inalterata l’offerta didattica le facoltà dovranno usare meno docenti a contratto (causa la riduzione dei fondi assegnati alle università) e rimpiazzare solo un quinto dei docenti che vanno in pensione. Questa tegola mi è già arrivata sulla testa sotto forma di 90 studenti (di un altro corso di laurea) che nel 2008-2009 che sosterranno il mio esame di Nuovi media al posto di Comunicazione e società visto che non ci sono 4.000 € per pagare il docente a contratto di quell’insegnamento.

Sin qui il provvedimento mi dà quindi fastidio anche se non è nulla di davvero insopportabile. E’ incontestabile che aumenti la produttività dell’università italiana, visto che, almeno sulla carta, l’esamificio produrrà lo stesso numero di esami e tesi con meno soldi. Che la qualità rimanga invariata dipenderà ovviamente dalla volontà dei singoli docenti di fare in modo che ciò accada. In ogni caso sopporterei meglio l’aumento del mio carico di lavoro e la riduzione del mio reddito futuro se il legislatore avesse la cortesia di dirmi che fine faranno i soldi che gli ho fatto risparmiare. Ho, invece, il timore che i risparmi chiesti ai docenti servano a coprire le crescenti spese della Camera e del Senato, l’attivazione di nuove province, il mantenimento di micro comuni, comunità montane e altre iniziative “cui non si può derogare” come, ad esempio, le costosissime operazioni di peacekeeping all’estero.

Sul fatto che le università per sopperire a questi tagli vengano spinte a trasformarsi in fondazioni ho le idee confuse. Quella baracca monolitica che da sempre è l’università italiana non mi è mai piaciuta. Che vengano introdotti elementi di concorrenza e differenziazione mi sta solo bene. Che venga altresì stimolata la raccolta di fondi da società private mi sembra pure positivo: ho sempre invidiato questa capacità delle università USA.

Per concludere, mi lascia un po’ perplesso il titolo “morte dell’università” per una realtà che è morta da tempo e che per molti, troppi studenti (e docenti) si riduce ad un demenziale esamificio di pura facciata, senza premi e senza sanzioni. In conclusione, sono scettico che il provvedimento in questione possa far resuscitare l’università come talvolta avviene con l’elettroshock su un corpo in arresto cardiaco.

6 commenti

  1. Hai pienamente ragione, Cordef, su tutto.

    Se fai caso, però, hai citato le Università migliori negli States e tra le migliori al mondo.
    E tutte le altre? In America ce ne sono tante, tantissime, ma solo poche, pochissime (cioè quelle che, per capacità o altro ricevono finanziamenti) sono di alto livello. Vi saranno sicuramente alcune realtà universitarie “di mezzo”, ma per lo più sono equivalenti del nostro CEPU.

    Credo che, se c’è una cosa sacrosanta che dobbiamo importare dagli USA, questa è prima di tutto la loro meritocrazia.

    A presto,
    Giovanni

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