Quando la laurea è un pezzo di carta

il post sul Voto rifiutato ha suscitato un certo numero di commenti sul tema della non frequenza. C’è chi ha dichiarato il suo apprezzamento per il mio lavoro didattico: grazie! Ma allora non riesco a capire come mai a Nuovi media (corso obbligatorio del 2° anno sillabo 2007-08) non ho mai avuto in aula il 100% degli iscritti ma si è no il 70% poi calante man mano. Converrete quindi con me che, al di là dell’impegno del docente, dell’utilità concreta dei temi trattati a lezione, dell’interattività docente/studenti, dell’uso di web e proiettore, dei materiali didattici (sillabo, e-book, ecc.) per molti (troppi) studenti la frequenza è un optional.

Non penso che la cosa cambierebbe se i corsi fossero impostati in forma seminariale: il seminario richiede che i partecipanti (15-20 max) lavorino giorno per giorno e siano preparati sui temi in discussione. Anche nel mio corso di Dati e testi on-line ( Sillabo 2007-08) della laurea specialistica dove i numeri erano ottimali (12-15 persone) questo si è verificato solo per una minoranza dei presenti. L’impegno costante sembra dunque essere raro nelle aule. Non è una novità: all’inizio degli anni ’80 avevamo già rilevato come per una quota rilevante di studenti (specie in alcune facoltà) l’università fosse un impegno part-time (de Francesco & Trivellato, 1985, p. 101-112).

C’è poi il problema della varianza degli studenti: a fronte di pochi bravi e molti normali c’è una quota significativa priva delle competenze e metacapacità di base. Ne risulta che alcuni dei bravi preferiscono non frequentare piuttosto che perdere tempo così come molti degli studenti in difficoltà interrompono la frequenza per l’impossibilità di stare al passo. Cosa fare? Per me la risposta passa per una differenziazione istituzionale che preveda ambiti formativi differenziati a seconda delle competenze degli studenti e dei docenti: è quello che avviene negli USA dove le caratteristiche di studenti e docenti cambiano notevolmente a seconda dell’università o del college considerato ( US News Americas Best Colleges 2008).

In conclusione, temo che non frequenza e richiesta di voti alti siano due aspetti dello stesso fenomeno di inflazione/svalutazione delle credenziali scolastiche nel nostro paese: stante la bassa redditività del titolo di studio diventa razionale per molti studenti puntare al massimo risultato formale con il minimo sforzo. Le risorse fisiche e mentali vengono concentrate su altri versanti della vita quotidiani capaci di dare senso e gratificazione reale (non sempre immediata): attività ludiche, sport, volontariato, hobby, ecc. Non è certo una novità: sto facendo riferimento alla teoria del modello di eleggibilità sviluppata da Louis Lévy-Garboua alla metà degli anni ’70.

Il problema è che un comportamento individualmente razionale aggregandosi in comportamenti collettivi (i noti effetti perversi studiati da Raymond Boudon) porta nel lungo periodo a conseguenze devastanti per l’intero sistema formativo e socio-economico: mi riferisco alla bassa produttività e professionalità di molti lavori svolti da laureati nel nostro paese che chiunque può toccare con mano nella vita di ogni giorno.

Boudon, Raymond (1981)
Effetti “perversi” dell’azione sociale
Milano, Feltrinelli.

Boudon, Raymond (1980)
La logica del sociale,
Milano, Mondadori.

de Francesco, Corrado & Trivellato, Paolo (1985)
L’università incontrollata,
Milano, FrancoAngeli.

Levy-Garboua, Louis (1976)
“Les demandes de l’étudiant ou les contradictions de l’université de masse”
Revue francaise de sociologie, XVII, p. 53-80.

Un commento

  1. Il tema della frequenza (come quello del massimo risultato col minimo sforzo) è vecchio come il mondo ma sempre attuale.

    Molti non frequentano per superiorità (che ci vado a fare? tanto c’è tutto sul libro), per lavoro, per malattia (incredibile ma a volte succede), per seguire altri progetti collaterali nell’università.

    A volte succede che si accavallino varie attività quali lo stage, la realizzazione di un progetto comune, seminari (per non parlare poi della caccia ai libri) e così alcuni corsi ne soffrono.

    É triste ma è così: se poi si considera che alcuni prof, per anticipare le ferie, schiacciano gli appelli a giugno lasciando libero luglio diventa un bel lavoro incastrare tempi di studio e vari esami.

    Se penso al corso di Editoria Multimediale avrei gradito un maggior approfondimento sul funzionamento di Acrobat: nonostante gli appunti, una volta a casa ho bisticciato con il programma in quanto seguiva logiche diverse da altri prodotti Adobe.

    Credo che l’unica soluzione sia continuare a fare il proprio lavoro con impegno e passione, frequentanti o no: i risultati pagheranno.

    Marco

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