Se stai a casa impari lo stesso

ogni tanto salta fuori dal cappello la questione della frequenza. L’anno prossimo (2009-10) da noi sarà ufficialmente proibito rilevare la frequenza degli studenti alle lezioni. No problem: mi adeguerò e risparmierò un sacco di tempo e di problemi. Eviterò anche di avere in aula qualche studente presenzialista ma poco partecipe. La lezione diventerà più simile ad un incontro con pochi interlocutori interessati. Essendo pochi staremo meglio. Li conoscerò meglio e, va da sé, per loro l’esame diventerà una passeggiata. Gli studenti che staranno a casa o altrove seguiranno il sillabo passo passo e, sono certo, alcuni di loro presenteranno all’esame degli splendidi e-book (come, del resto, succede già ora).

So far so good. Rimango quindi perplesso quando, navigando sul web, scopro che, soprattutto all’estero, ci sono corsi (in qualsiasi area) e università in cui la frequenza è obbligatoria. Caspita, ma possibile che non si siano resi conto dei problemi cui vanno incontro? Problemi creati dalla frequenza obbligatoria? Certo, guarda qui:

  • sbadigli e chiacchericcio in aula (da parte degli studenti che, altrimenti, sarebbero stati assenti)
  • aula piena e magari posti in piedi o per terra
  • eccessiva temperatura nell’aula: una persona produce calore equivalente ad una lampadina da 150 watt
  • conduzione dell’aula più complessa per il docente
  • difficoltà di visione di slide dalle ultime file
  • critiche sui media per l’attacco al diritto allo studio (lo studente che lavora ha difficoltà a frequentare)
  • calo delle iscrizioni e migrazione verso facoltà dove la frequenza rimane un optional.

Va da sé che la non frequenza alle lezioni (all’università) apre prospettive interessanti. Se l’apprendimento è uguale tra frequentanti e non frequentanti (se non lo fosse la frequenza sarebbe obbligatoria), a questo punto si possono anche eliminare del tutto le lezioni in aula. Non parlo di sostituirle con le noiosissime video-lezioni ma di eliminarle e basta. Si pubblica il programma su Internet e poi arrivederci all’esame. In questo modo si possono offrire corsi anche di docenti scomparsi (morti, trasferiti, pensionati) con un notevole contenimento della spesa pubblica. Ma l’esame? Suvvia, bastano i quiz o gli esami scritti fatti poi correggere da qualche dottorando di buona volontà e basso costo.

Come vedi, le prospettive aperte dallo scenario sono interessanti e andrebbero estese all’intero sistema scolastico. Se poi brevettassimo il metodo potremmo farci soldi organizzando corsi e seminari per insegnarlo a università che non l’hanno ancora scoperto (Harvard, Yale, Berkeley, Stanford, ecc.).

? Quanto hai appena letto è un po’ surreale ma non troppo. La faccenda della frequenza ai corsi universitari è complessa e potrebbe essere oggetto di una tesi di laurea. Prima però di scegliere un tema del genere e di proporlo al relatore/relatrice accertati bene delle sue opinioni in proposito.

4 commenti

  1. … comincio a “frequentare” questo blog in quanto sono prossima alla preparazione degli esami, e mi imbatto in un argomento a me caro. so che questo post è un po’ datato, ma a mio avviso la questione trattata è molto attuale. Parlo da studentessa, ex lavoratrice da poco, che si sta per ributtare nel mondo del lavoro. Perchè? perchè dopo due anni e mezzo di lavoro full time, ho preso la decisione di smetterla per “finire questi benedetti ultimi 4 esami”. Se in questi anni il mio percorso è stato piuttosto difficile, devo ammettere che la sfida è stata piuttosto interessante e stimolante. é vero che si eliminano un po’ dei piaceri della vita da universitario, ma ho potuto viaggiare, andare a vivere da sola, PAGARE LE RETTE UNIVERSITARIE e soprattutto non sentirmi in colpa per il mio fuoricorsismo.
    Da quando ho smesso di lavorare, mi sono adagiata, studio meno, e il profitto ne ha risentito. Non è che un po’ di pressione ogni tanto ci farebbe bene?

  2. So di andare contro il politically correct ma il “diritto allo studio” andrebbe inteso come diritto ad imparare qualcosa davvero e non come semplice diritto ad un pezzo di carta erogato da una facoltà di massa che non richiede frequenza. Un normale corso di laurea prevede 60 CFU annui pari a circa 1.500 ore di impegno per uno studente normale. Va da sé che solo persone eccezionali riescono a sopportare il peso di 1.500 h di impegno universitario + 1.800-2.000 h di lavoro retribuito. Temo che molti lavoratori-studenti riescano a “rimanere in corso” solo riducendo il tempo che l’università richiederebbe. Per venire incontro alle loro esigenze sono stati creati corsi di laurea “a distanza” > https://cordef.wordpress.com/2008/06/24/comunicazione-a-distanza/ Comunque, nessuna paura, a Comunicazione di Unimore la frequenza è e rimarrà un optional (a costo zero).

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